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  • Immagine del redattoreCarlo Carlotto

“Fail fast, learn faster” vs “Sbagliando s’impara”

Recentemente, rileggendo a distanza di molti anni quello che ho scoperto essere un capolavoro letterario si è aperto un piccolo spiraglio di luce nella mente. “Nulla di nuovo sotto il sole” anche in quelle che paiono essere le prassi più innovative nel mondo del business?


La luna e i falò

Cesare Pavese scrisse “La luna e i falò” tra il 18 settembre e il 9 novembre 1949. Il libro venne pubblicato nell’aprile del 1950, pochi mesi prima della sua morte avvenuta il 27 agosto dello stesso anno.

Ecco il pezzo che mi ha fatto riflettere.

Mi diceva che l’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa, e che certe mattine svegliandosi aveva voglia anche lui di mettersi al banco e cominciare a fabbricare un bel tavolino. “Cos’hai paura” mi diceva, “una cosa s’impara facendola. Basta averne voglia… Se sbaglio correggimi.”

In queste poche frasi ho letto la logica di buon senso che sta, o dovrebbe stare, alla base del funzionamento di ogni start up, termine nato negli USA negli anni ’70 del secolo scorso.


Fail fast, learn faster

Fallire in fretta, imparare più in fretta.

Cioè “faccio, sbaglio, imparo”. E più faccio, più sbaglio, prima imparo.

L’importante è provarci, sperimentare, cercare nuove soluzioni, avere voglia di mettersi in discussione.

La letteratura su questi temi è imponente.

Mi limito a citare il libro di Randy BeanFail fast, learn faster” e il recente bell’articolo di Giovanni Fracasso “Il metodo fail fast, validate faster per la digital transformation”.

Letti?


Se sbaglio mi corrigerete

Anche il “se sbaglio correggimi” del brano di Pavese non poteva passare inosservato e richiamare alla mente una frase analoga.

È la sera di lunedì 16 ottobre 1978 e Karol Wojtyla, primo Papa non italiano dopo 456 anni, si lancia in un breve discorso ai cattolici di tutto il mondo. Giovanni Paolo II si esprime in una lingua che non è la sua e, con umiltà, si scusa in anticipo chiedendo aiuto: “Se sbaglio mi corrigerete”. Fail fast, fail often.


Errando discitur

Gli antichi romani dicevano “sbagliando s’impara” in latino.

Nessun dramma dunque neppure un paio di migliaia di anni fa se non si facevano le cose corrette al primo tentativo. Almeno nelle intenzioni…


Sbagliando s’impara

È ancora vero che sbagliando si impara? si chiede Giovanni Pascuzzi nel 2022.

Di certo ne era convinto frate Cimabue (“se una cosa fa ne sbaglia due”) che nei Caroselli di cinquant’anni prima lo affermava con disarmante serenità a ogni frequente errore commesso.


La cultura dell’errore

Meglio finire qui le digressioni semi-serie (e irriverenti?) scatenate dalle considerazioni di Nuto del Salto ne “La luna e i falò” di Pavese.

Per dare un po’ di concretezza a queste dissertazioni di origine estiva, può essere utile sintetizzare alcune tappe sommarie dell’evoluzione della cultura dell’errore nella società umana.

Senza particolari pretese di accuratezza e scientificità, s’intende. Giusto per ribadire che i traguardi (per lo più intermedi) sono posti su cammini fatti da una serie continua di piccoli passi (per lo più in avanti).


Dagli anni 1960 a oggi

La cultura dell’errore è un concetto che si è sviluppato nel corso del tempo. È diventato però particolarmente rilevante nell’ambito dell’innovazione, della tecnologia e della gestione aziendale negli ultimi decenni.

Non esiste una data precisa da cui farla decorrere. Si possono però individuare alcuni punti di riferimento chiave nel suo sviluppo.

Anni 1960/1970

Negli Stati Uniti comincia a diffondersi il concetto di “innovazione responsabile”.

Si tratta di un approccio che mira a bilanciare l’innovazione con la considerazione delle sue implicazioni sociali ed etiche. Può dunque essere visto come un primo passo verso la comprensione che gli errori nell’innovazione possono avere conseguenze negative.

Anni 1980/1990

Il concetto di “imparare dagli errori” diventa più evidente nella cultura d’impresa.

Aziende come la Toyota, per esempio, iniziano a promuovere l’idea che gli errori dovrebbero essere considerati come opportunità per il miglioramento continuo dei processi e dei prodotti.

Anni 2000

La cultura delle start up e la diffusione dell’approccio Agile allo sviluppo del software considerano la gestione degli errori come parte integrante del processo di innovazione.

Anni 2010

Con l’ascesa delle aziende tecnologiche e dei social media la cultura dell’errore è stata spesso associata all’idea di innovazione “disruptive”. L’errore viene considerato essenziale nel processo di apprendimento e crescita.


Prima del 1960

Prima degli anni ’60 del XX secolo, l’approccio alla cultura dell’errore e alla filosofia dello “sbagliando si impara” non era enfatizzato come succede ora ma esisteva.

Oltre al già citato “errando discitur” ci sono alcune influenze e idee precedenti che possono esserne considerate precursori concettuali.

Nel corso della storia infatti molti scienziati e filosofi hanno sottolineato l’importanza di imparare dagli errori. Il metodo scientifico sottolinea il valore di formulare ipotesi, testarle sperimentalmente e trarre conclusioni dagli esiti indipendentemente dal fatto che l’ipotesi sia confermata o confutata.

I filosofi dell’educazione (su tutti John Dewey) hanno sottolineato l’importanza dell’apprendimento attraverso l’esperienza e l’azione. Questo approccio mette in rilievo che gli errori non dovrebbero essere evitati ma considerati come opportunità di crescita e comprensione più profonda.

Nel campo dell’invenzione e dell’innovazione tecnologica, molti inventori e scienziati hanno imparato da tentativi falliti. Conosciutissimo è l’aneddoto che riguarda Thomas Edison. Quando gli fu chiesto come si sentisse riguardo ai suoi numerosi fallimenti nel tentativo di creare la lampadina funzionante pare che abbia risposto: “Non ho fallito. Ho appena trovato 10.000 modi che non funzionano”.

Infine, nell’arte e nella creatività da sempre è presente l’idea che gli errori possano portare a nuove scoperte e sviluppi.


Sbagliare è umano

A conclusione di questo intervento mi permetto ancora di affermare che mi rincuora la frase di Albert Einstein, una persona che non abbia mai commesso un errore non ha mai cercato di fare qualcosa di nuovo.

Nello stesso tempo mi dispiace constatare che nella mia vita ho sbagliato molto purtroppo però non così tanto per poter essere definito un esperto.


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