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  • Immagine del redattoreCarlo Carlotto

Qualche sfaccettatura di Ebitda

Abbiamo già detto dell’Ebitda, della sua importanza ma anche del fatto che non può essere l’unico indicatore da prendere come riferimento quando si valuta un’azienda.

Parafrasando infatti il famoso adagio (è il caso di dirlo) africano, si fa in fretta a calcolare l’Ebitda ma con altre informazioni a supporto si va più lontano.


L’Ebitda rettificato (o Ebitda adjusted)

L’Ebitda adjusted, o semplicemente Ebitda rettificato o normalizzato, rappresenta una variante dell’Ebitda che include delle rettifiche (o “aggiustamenti”). L’obiettivo principale di  queste rettifiche è quello di fornire una visione più accurata della performance economica di un’azienda eliminando gli effetti di voci contabili che potrebbero distorcere l’analisi dell’efficienza operativa.

Questa variante dell’indicatore standard è particolarmente utile in situazioni in cui l’impresa ha affrontato eventi straordinari o ha adottato politiche contabili specifiche.

Esso (essa?) viene spesso utilizzato dagli analisti finanziari e dalle aziende stesse per fornire una visione più chiara della capacità operativa sottostante e della redditività core dell’impresa  escludendo elementi non rappresentativi. 


Le rettifiche all'Ebitda possono includere una serie di elementi, tra cui, le spese non ricorrenti, i ricavi o i costi non operativi, gli ammortamenti non ricorrenti, trattamenti una tantum o speciali erogati al personale dipendente.

Ovviamente anche L’Ebitda adjusted presenta delle limitazioni e, come già detto poco sopra, deve essere utilizzato in combinazione con altre metriche finanziarie per ottenere una valutazione completa della salute di un’azienda.


Quali sono le principali rettifiche dell’Ebitda?

Vediamo di seguito più in dettaglio alcune delle più comuni variazioni apportate all’Ebitda “standard” per trasformarlo in “adjusted”.

  • Ricavi non operativi

  • Costi non caratteristici

  • Ricavi e costi straordinari

  • Utili o perdite non realizzate

  • Utili o perdite su cambi

  • Oneri per trattamenti pensionistici degli amministratori e/o dei soci

  • Compensi non ricorrenti per consulenti e professionisti

  • Costi per campagne pubblicitarie o iniziative di marketing una tantum

  • Trattamenti particolari erogati eccezionalmente al personale dipendente

  • Costi per incentivazione all’esodo del personale

  • Oneri impropriamente capitalizzati o, al contrario, spesati

  • Svalutazione dell’avviamento

  • Erogazione compensi sotto o sopra il valore di mercato

  • Svalutazioni dell’attivo

  • Particolari accantonamenti e riserve

  • Effetti di specifiche strategie fiscali

  • Valutazioni eccessive o insufficienti dei lavori in corso

Come si vede le rettifiche possono essere sia in diminuzione che in aumento dell’Ebitda. Ciò dipende, com’è ovvio nel mondo degli affari ma non solo, dall’interesse di chi effettua le valutazioni: il  compratore tenderà a svalutare, il venditore cercherà di migliorare il risultato.

Al riguardo potremmo usare, forse non del tutto a proposito ma con sicuro effetto “visivo”, il detto l’occhio del padrone ingrassa il cavallo.


Un esempio numerico della differenza tra Utile, Ebitda e flusso di cassa

In conclusione di questo breve contributo sull’ampio argomento dell’Ebitda, riportiamo un’esemplificazione pratica delle differenze tra il risultato d’esercizio, l’Ebitda e il cash flow derivante dal rendiconto finanziario. La prendiamo in prestito da Oana Labes.




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